Di Giulliano Martini — Apuração in loco e cruzamento de fontes com a direção da associação: per l’industria italiana dei salumi l’export verso gli USA resta una variabile centrale, ma la questione dei dazi lascia le imprese in attesa di certezze operative.
Davide Calderone, direttore di Assica, ha fornito ad Espresso Italia/Labitalia un quadro tecnico e misurato: «Gli USA sono il terzo mercato estero per i produttori italiani di carni suine e salumi, con un valore di esportazioni che si aggira attorno ai 270 milioni di euro l’anno. L’introduzione dei dazi, avviata dall’amministrazione Trump e arrivata nel 2025 al 15%, ha inciso sulla dinamica di crescita: dopo anni in aumento, nel finale del 2025 si è registrato un rallentamento. Tuttavia, il dato complessivo resta sostanzialmente in pareggio rispetto al 2024, anno che ricordiamo è stato particolarmente positivo».
Nel rapporto presentato da Assica — che rappresenta circa 180 aziende del comparto, con un fatturato aggregato superiore ai 9 miliardi di euro e 2,4 miliardi derivanti dall’export — il mercato statunitense è descritto come «strategico e in crescita». Calderone sottolinea che, rispetto a pochi anni fa, si è ottenuta la possibilità di esportare non più solo i prosciutti crudi stagionati, ma «di fatto l’intera gamma della salumeria italiana», fatto salvo il rispetto delle limitazioni veterinarie imposte dalle autorità sanitarie.
Le aziende associate non nutrono illusioni su un rapido mutamento della politica commerciale statunitense: «Nessuno si aspetta che i dazi vengano rimossi definitivamente», dice Calderone. L’attenzione ora si concentra sulle oscillazioni temporanee delle tariffe: «Se nei prossimi 150 giorni il dazio dovesse attestarsi al 10% invece del 15%, si tratterebbe di un alleggerimento del 5% che potrebbe dare respiro ai margini. Ma per programmare gli investimenti e la logistica servono certezze».
Il quadro operativo per le imprese è dunque segnato da tre elementi concreti: la saturazione del mercato interno — che rende l’export l’unico vettore realistico di crescita —, l’importanza strategica degli USA come mercato estero primario per molti produttori, e la necessità di stabilità tariffaria per pianificare produzione, contratti e investimenti.
Il messaggio di Assica, filtrato attraverso la voce del direttore Calderone, è politico e industriale al tempo stesso: non si tratta di chiedere aiuti spot, ma di ottenere regole chiare. «Le imprese hanno bisogno di orizzonti certi per pianificare export, approvvigionamenti e investimenti tecnologici», conclude Calderone, confermando che la speranza è di trovare forme di stabilizzazione delle tariffe che consentano alle filiere del Made in Italy di recuperare ritmo di crescita.
Dal punto di vista dell’analisi economica, il settore resta solido ma vulnerabile alle politiche commerciali estere: un dato di fatto che richiede un monitoraggio continuo e un dialogo istituzionale intenso per ridurre l’incertezza e proteggere i margini delle aziende esportatrici.




















